Il tavolino di Planck

Il tavolino di Planck

Seduta al tavolino del bar, legge distrattamente un libro.
Mora, capelli lunghi e scompigliati, una maglietta colorata che fa intravedere un bikini nero e una gonnellina corta che copre quello che serve.

Davanti a lei un cappuccino, un astuccio con un po’ di cianfrusaglie che sbucano fuori, nella mano sinistra una matita che tamburella sul tavolino un ritmo costante e distratto.
Il sole di luglio scalda la sabbia della tarda mattinata.
La spiaggia lentamente si svuota in una processione di bambini e famiglie che si ritirano verso il desco casereccio o cominciano ad invadere il chioschetto cercando di accaparrarsi il briciolo d’ombra più confortevole.
Lei butta un occhio alla confusione che lentamente le cresce intorno e le si legge chiaramente in faccia un pensiero di disappunto: “inutile che vi accatastiate come polli sul grano appena gettato a terra… tra poco arriva il mezzogiorno l’unica ombra che avrete sarà quella sotto al tavolino!”
Sorride sarcastica guardando l’orizzonte ben protetta dal suo angolino al coperto del berceau di legno e bambù; lo sguardo scivola sull’orologio e poi ricade nuovamente sul libro.
La matita riprende a tamburellare ma stavolta sembra più nervosa.

La spiaggia intanto si fa più silente, comincia il caldo, quello più invadente e il mare, calmo, sembra avvicinarsi ad una siesta meritata rallentando sempre più le onde.

Brillante di cristalli bianchi e blu, sul fondo si staglia una vela bianca demoralizzata dalla bonaccia.

Un’ombra si avvicina al tavolino lenta e silenziosa, da dietro gli mette le mani sul viso coprendole gli occhi; lei trasalisce un istante tentando di togliere le mani inopportune, la matita cade dal tavolino e un alito di brezza scompiglia le pagine del libro.
Dice qualcosa all’ospite che scoppia a ridere e le reclina la testa lentamente all’indietro baciandola con dolcezza. Poi con un movimento unico, sposta la sedia accanto a lei e prende posto cominciando a chiacchierare di qualcosa.
Indossa una maglietta bianca e boxer da spiaggia blu, ha i capelli corti e scuri e mani grandi e rassicuranti, anche da seduto è molto più alto di lei.

Il mare continua a cullare il sole che si proietta sulla sua superficie, il caldo è impegnato in un gioco amoroso che accarezza le due figure noncuranti del vociare intorno a loro, con il vento fresco e la sabbia che si muove appena come una lucertola al torpore del mezzogiorno.

Sul tavolino un libro, la matita nella mano sinistra e l’astuccio pieno di cianfrusaglie, un blocco note pieno di scarabocchi, numeri e cerchietti uniti da linee ondulate o freccette, un cappuccino, il mare, poca gente intorno, i capelli scuri, lunghi e scompigliati, una maglietta colorata che non lascia intravedere molto, un pareo verde e oro che accarezza le gambe fino alle caviglie ed un sorriso stampato mentre lo sguardo scorre l’orizzonte lungo il mare che agitato fa rimbalzare il sole in schizzi impazziti e immagini lontane.

Un gruppo di sedie vuote attorno al tavolino, un cellulare adagiato accanto all’astuccio (lo guarda per leggere l’ora), due ragazzine che un tavolino più in là mangiano un toast e confabulano sul da farsi nelle ore successive e un po’ di personaggi di dubbia sanità mentale che si avvicinano.

Uno di loro parla con le giovani che rispondono riconoscendolo e sorridendo: “Hi, yes, it’s all ok thak-you. Mum is there” indicandomi.

Sorrido, agito una mano in segno di saluto e sposto una delle sedie.
A lui seguono altre persone, tutte poco avvezze alla moda da spiaggia ma orgogliosamente munite di cocktail con ombrellini e borsa a tracolla.

Seduta al tavolino del bar cinque sedie con la mia, occupate da uomini e donne di varia età, un cameriere che ci porta patatine, olive e focacce profumate, una spiaggia vuota per il troppo caldo, un mare dolcemente mosso da una brezza tiepida e corposa, sul fondo del cielo una barca con la vela gonfia di tutta la nostra voglia di volare verso nuove mete: “Okay, let’s get this party started!”

– Robi –

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