Eppure

Le mani aperte, appoggiate contro la pietra rossiccia scaldata dal sole, diffondono tepore, restituendo un momento di sospensione ad un corpo sovrastato da un incessante sovrapporsi di sensazioni.
La testa cosparsa di un sorriso indomabile, è adagiata sulla sabbia e cerca di rimanere nel presente ascoltando l’aria tiepida che mi accarezza dolcemente i capelli; il cielo è limpido, di un azzurro denso.
Gli occhi restano chiusi in un buio luminoso come unicamente il sole può regalare, amplificando la sensazione di pace, lasciata da una pausa di color amaranto sospesa tra una nota blu e una rossa.

Camminavo lungo la mia strada, la borsa sulle spalle, un passo dopo l’altro lungo un percorso già tracciato, fatto di nozioni, esperienze e spontaneità.
Ogni tanto guardavo piccoli steli che si muovevano al mio passaggio, sassolini che rotolavano spinti dai passi svelti e distratti ma per lo più tenevo fisso lo sguardo all’orizzonte: quel “laggiù” che dovevo raggiungere ad ogni costo e nei tempi che avevo deciso.

-…e nei tempi che ho deciso! –

Il mio parlare sfuggito al puro pensiero, mi sorprende e spezza il rumore di fondo con una chiarezza in falsetto che non mi convince.
Ripenso alla frase, mi risuona in testa ma non riesco a ricreare quel tono contraffatto che non mi appartiene, che cosa buffa, chissà da dove viene, mi intriga…
Il mio sguardo non vede più laggiù quella linea orizzontale che separa il rossiccio del terreno dal blu immobile ma si perde dentro un misto di suoni indagatori, osservando una realtà al di là dal presente.

Sorrido di me: si può mai sentire con gli occhi e non con le orecchie? Eppure seguo quel suono “falsetto-fastidio” come un gatto con una falena, in un buio disconnesso dal sole del pieno giorno.

Continuo a camminare senza più prestare attenzione a steli e sassolini e nel cercare un perché di quel suono, nasce una domanda tanto banale quanto insidiosa:

-Cosa significa “nei tempi che ho deciso”? E perché li ho decisi? …come se mi corresse dietro qualcuno!

Mi fermo, sorrido e mi guardo intorno, stavolta con gli occhi al presente, faccio un mezzo giro su me stesso e, oltre ad una immensa distesa piatta fatta di rocce e vento caldo, non c’è nessuno e me lo ripeto:

– Nessuno, lo vedi? Posso cambiare ritmo come mi pare… Posso perfino rallentare! Posso anche ballare…

E la risata che segue due passi di danza, risuona con un tono così cristallino da farmi saltellare come quando da bambino facevo qualcosa che mi divertiva.

Faccio un colpetto di tosse per schiarirmi la gola, recitando a me stesso grottescamente un po’ di contegno, per poi riprendere a camminare in quel luogo dove non si vede acqua ma non c’è arsura, con il sorriso incontenibile della libertà di gioire del nulla che dialoga con se stesso, come gli strumenti che scherzano prima di un concerto.

Riprendo la direzione dell’orizzonte, senza un ritmo preciso, impregnandomi di tutto quello che di bello mi passa intorno, coccolato da un venticello tiepido e profumato, che non pretende da me nulla.
Una sensazione nuova ed antica, dove poter essere vivi senza ansia di dover dimostrare un valore: canticchio un motivetto passeggiando:

– … Ma cosa stai facendo mia cara cicala perditempo? Sono viva, mio caro signor “si deve”…

All’improvviso un’ombra mi attraversa come un pugnale nello stomaco. Il sorriso resta ghiacciato sul mio volto, gli occhi persi nel vuoto e il falsetto-fastidio di poco prima si impossessa della frase che intonavo, facendomi tremare le gambe. Fatico col respiro.

Cerco di scacciarla fermandomi e bevendo un sorso di te; provo a razionalizzare:
– Sarà il caldo in testa o l’arsura.

Mi ricompongo, rimetto a posto la bevanda, mi stiro un po’, sguardo fiero all’orizzonte e di nuovo in marcia, ricostruendo il volto col sorriso.
L’obiettivo diventa più chiaro e il passo più spedito, senza troppe distrazioni.
Il motivetto sconclusionato e allegro, nella testa, si trasforma in un bolero ostinatamente crescente, fino a farmi quasi correre per arrivare a quella maledetta linea che sembra spostarsi di continuo sempre più lontano.

Nell’incedere l’ansia sale, la testa diventa un calderone di pensieri categorici che non lasciano spazio al suono, diventando scarabocchi su un pentagramma di sabbia; il vento caldo ora è secco e sibilante e l’insidia del terreno si fa bastarda fino a farmi perdere l’equilibrio.

Mi trovo così all’improvviso carponi sulla roccia, ho il fiato corto e gli occhi chiusi. Sono stremato, di una stanchezza che nulla ha a che vedere col fisico provato. La testa resta ciondolante tra braccia, sorrette dalle mani ferite piantate al suolo.

Sono solo, accartocciato su me stesso, in ginocchio sull’inconfortevole frustrazione di quel maledetto orizzonte che scompare.
Un vento glaciale sferza il mio viso bagnato di salsedine d’animo, resto immobile, incapace di pensare, incapace anche solo di guardare, restando in balia dell’udito: un anti-suono anecoico emerge da una spaccatura non so dove, tagliando di netto il respiro; mi diventa faticoso perfino immaginare il silenzio.

Solo con me stesso, soffocato dal vuoto.

Mi vedo da sopra, in una panoramica dove un groviglio di umano si è inginocchiato, suo malgrado, davanti ad un crepaccio da cui esce un freddo antico e spaventoso.
In questa fantomatica ripresa dall’alto tutto ciò che mi guida è l’udito che, da sempre curioso, se ne sbatte di regole e confini, portandomi a ricercare l’emozione della meraviglia anche nel fruscio del maglione che ti coccola d’inverno.

Così torno a sentire il rumore della roccia calda che dal palmo delle mie mani fluisce in una tiepida carezza di vita fino al viso raggelato.
Gli occhi si aprono su una fessura buia e profonda. Per istinto guardano laggiù, cercando di abituarsi al nero e al freddo vacuo, provocandomi un momento di vertigine.
Lentamente mi siedo, mi sento pesante come se portassi addosso il dovere del mondo intero ma la testa resta dirtta, il petto inala aria calda e piacevolmente umida, la dignità asciuga le lacrime e le mani doloranti si scrollano di dosso polvere e sassolini in un applauso ricambiato da un’eco inaspettata.
Ancora una volta l’udito vede più degli occhi e quell’anti-suono soffocante diventa un riverbero irriverente.
Applaudo di proposito proprio sopra quel solco d’inferno e istintivamente rido divertito dall’eco che ritorna e dimentico per un momento la morsa che mi attanaglia il petto.

Nel frattempo da non so dove, un suono dal colore ametista mi avvolge, facendomi dondolare all’indietro e obbligando i miei occhi a cambiare prospettiva.
Mi trovo rivolto sul baratro: mi paralizzo osservando l’inevitabile solco dell’anti-suono proprio davanti a me, nero, profondo e agghiacciante: mi terrorizza a morte!
Vorrei gridare per spaccare quell’anti-suono che non mi fa respirare, dentro mi agito come volessi scappare da una prigione stretta ma il corpo resta impietrito, incapace perfino di muovere gli occhi, che restano fissi su un punto nelle sue oscurità.

Di nuovo l’udito, impossibile da sottomettere anche nel panico, mi fa risentire quel suono ametista, scuotendomi dall’immobilità. Mi allontano lentamente come per non farmi notare e scorgo un’ingresso che assomiglia all’antica via di un fiume sotterraneo.

Provo a rimettermi in piedi, tenendo gli occhi fissi sul crepaccio e le orecchie ancorate al suono violetto. Scrollo di dosso la polvere che si mette a danzare col venticello diventando tanti brillantini di sabbia. Mi riappare il sorriso cristallino.

Cautamente mi avvicino a quello che doveva essere l’ingresso della via d’acqua e mi sporgo un po’. Buio assoluto.
L’anti-suono tenta nuovamente di travolgermi: ripenso alla caduta, al dolore lancinante che mi ha perforato il petto e le mani in un vortice di disperazione, proprio mentre canticchiavo felice; ritorna quella sensazione di ansia e vertigine che mi fa barcollare; d’istinto mi guardo i palmi delle mani e noto le ferite che mi hanno salvato durante la caduta; provo a chiuderle in pugni senza stringere troppo ma fanno male. Ascolto quel dolore trattenendolo come fosse un filo di Arianna, per risalire da dentro me stesso fino al presente.

Riguardo i tagli e lacrime di rabbia scatenano il grido che prima non riuscivo a far muovere.

-NO, le mie mani no! Non posso permetterlo! Non Più!

Quella lama nel petto, quel freddo da tagliare il fiato, non voglio più che sia l’anti-suono a decidere per me. Costi quel che costi, ora decido io!

Mi sdraio prono di fianco alla crepa gelida, lascio penzolare un braccio al suo interno, mentre l’altro si aggrappa ad una roccia bollente, creando un misto di temperature che mi rinvigoriscono. Sforzo gli occhi a guardare oltre il buio e ascolto qualsiasi impercettibile suono possa salire da lì sotto. Ho paura.

Appaiono gocce stonate in eco verdi. Muovo l’aria con la mano penzoloni e il braccio sulla terra aggiunge un fruscio di fondo. Provo a strisciare ancora un po’ in profondità, aggiungendo altri suoni battendo a ritmo la punta del piede sulla ghiaia. Mi perdo nella composizione quando mi rientra in testa il falsetto-fastidio che gracchia insicurezze e regole; mi irrigidisco di nuovo, lo stomaco si contrae, la mano svolazzante si ritrae e colpisce qualcosa di vellutato.

Mi fermo immobile, stringendo la roccia calda che mi da sicurezza, tenendo sospesa l’altra mano nel vuoto. Le dita di questa si sfiorano tra loro come per ricreare il suono di quel velluto e ricompare quel color ametista che mi fa sorridere.

Trattengo il fiato. Attorno a me volteggiano nell’aria suoni di gocce che cadono in una grotta, vento, calore e gelo, rosso e blu con echi di verde e un’armonia di fondo, color ametista, che tiene insieme i mille riflessi di un me diviso da un solco di anti-suono.

Mi alzo sui gomiti, osservo di nuovo il crepaccio. Fa meno paura, fa meno freddo. Dal fondo emergono gli anti-suoni. Tante tonalità di ombre danzanti, ora riesco a sentirli, non sono piu così gelidi.

-Ehi laggiù? Mi sentite?

Mi rispondono le stesse parole in un’eco con una strana voce di bambino: è la mia voce… è ancora viva laggiù.

– Che cosa c’è laggiù?…

Il riverbero mi fa ridere come quando si parla dentro un bicchiere per fare le voci strane; la risata rieccheggia dal crepaccio, cristallina e leggera, innescando un crescendo di ilarità da farmi ribaltare sulla schiena con la pancia che saltella.
Gli occhi al cielo che si socchiudono per la troppa luce e palmi delle mani appoggiati al suolo diffondono tepore, in un corpo sovrastato da un incessante sovrapporsi di sensazioni.

Benn.

25-2-2026

 

 

 

 

 

 

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