– Nooo, ma davvero!!! Che figata!! Mi stai dicendo che è un Joe Colombo originale?!
– Boh, credo… – rispondo alla domanda chinandomi a togliere la polvere dalla firma sul fondo, con un gesto della mano.
Sorpresa della cosa osservo il mio interlocutore seriamente meravigliato per un oggetto vecchio e parecchio usato, recuperato dal trasloco della mia casa di Milano.
Lo usava mia mamma per il materiale quando faceva arredamento d’interni, io ci giocavo sempre da piccola, tutti quei cassettini, gli scomparti che tenevano racchiusi oggetti strani come il rapidograph, la colla, le forbici, gli inchiostri… e poi con le ruote, sembrava un pezzo di Guerre Sellari! (Sì, perchè prima di Star Wars, noi lo chiamavamo Guerre Stellari, cazzo!!!).
Mentre parlo lui, un ragazzo poco più che trentenne, uguale a tutti gli altri suoi coetanei per me indistinguibili, si guarda attorno come se fosse in un parco giochi.
E’ come affascinato da tutto quel casino misto tra roba vecchia e nuova, lui stesso sembra non appartenere al suo tempo e mentre io lo osservo con sguardo ebete cercando di decifrare le sue sensazioni, vengo investita da un’intensa emozione come un treno improvviso che ti passa a tutta velocità a un metro dalla faccia.
Il mio studio totalmente a soqquadro come sempre, rivela qua e là buttati in giro a caso, giochini tipo rompicapo, lettore cd e walkman rotto (tenuto lì perchè un giorno forse lo riparerò), vari strumenti musicali anche insoliti; un mixer piccolino, tanti, troppi oggetti della mia infanzia, materiale di lavoro fatto di cavi, connettori e pc da riparare, una spada, un pannello nero appeso alla parete pieno di post-it colorati dove scrivo tutto quello che mi va, pennelli e colori… colori ovunque.
Ho bisogno dei colori intorno.
Non ci sono più i colori nelle case di oggi.
Ho bisogno di circondarmi di quelle tonalità accese che hanno accompagnato l’occhio della me piccolina.
Ho bisogno di quei suoni graffianti ed al contempo uggiosi che caratterizzavano i miei pomeriggi alla radio o su MTV.
Ho bisogno di sentire le storie proprio come le ascoltavo ancora e ancora da sola nella mia cameretta, con un piccolo mangiadischi arancione mentre giocavo con i LEGO.
Ho bisogno di diari colorati in cui raccogliere i miei pensieri.
Intanto si continua a chiacchierare da persone adulte.
Esordisco imbarazzata dalla confusione con:
– Eh in effetti è tutto un po’ incasinato, lo so ma infondo questo è il mio mondo… è tutto quello che ho dentro e che fatico a far uscire… – indicando con un gesto la miriade di assurdità che invadono lo studio e peggiorando visibilmente la posizione della mia sanità mentale di persona di una certa età.
Cerco di sviare la cosa saltellando qua e là come un ippopotamo in una cristalleria, tirando fuori oggetti vari e giochi, osservando i suoi occhi illuminarsi, sempre più meravigliata delle sue reazioni: come se fossi davanti un risultato di laboratorio che non mi aspettavo e cercassi di ripeterlo per vedere se sia vero o un caso.
Mi sento libera di raccontare come non mi era successo in anni e per un istante il tempo nella mia testa si sovrappone, le energie si sintonizzano sulle stesse risate: pericolosissimo! E’ una sensazione potente che mi sovrasta ma…no, non si può, me lo hanno insegnato bene, ci sono dei confini da non superare: contegno e sangue freddo; si rientra nei ranghi e atteggiamento professionale (difficilissimo da tenere mentre si sistema uno strumento che fa i versi dei cartoni animati)!
Per fortuna è subito l’ora di andare, ritorno sulla terra, si parla di lavoro e di guadagni mancati e ognuno a casa sua: perfettamente e serenamente estranei.
Passano i giorni, l’episodio mi scava dentro e nel frattempo ho modo di chiacchierare con tante persone per via del mio lavoro, così mi accorgo che sono tantissimi i ragazzi con circa vent’anni meno di me che si autodefiniscono “vecchi dentro”, malinconici di un epoca che hanno solo sfiorato, venendo poi travolti da un crescendo di trasformazioni vorticose della società contemporanea.
Scopro con maledetta gioia che parlare con loro di quello che per me è vita vissuta è un piacere.
L’entusiasmo diventa creatività e voglia di vivere e mi ritrovo a comportarmi come fossimo compagni di scuola. Non mi sento imbustata in un ruolo che mi confina nell’ “oramai cosa vuoi fare…”, ma mi rimette nel “…dai giochiamo?” senza pensieri.
Poi lunghi momenti di solitudine mi fanno ragionare a mente fredda ed fottuto dato numerico mi asfalta: 19.
19 è il mio numero, lo amo e lo detesto, è quello che mi ha sempre reso la vita difficile ed anche stavolta non ha perso l’occasione.
19 è una generazione, quella che mi separa da coloro con cui trovo così tanta affinità da sembrare coetanei, ma di cui potrei esserne il genitore.
Quindi torno, con sforzata razionalità, ad ascoltarli mentre continuano a parlarmi di quella nostalgia di cose che non hanno mai vissuto ma che gli mancano come se ci fossero nati in mezzo. Lo fanno giocando e ridendo con me, senza rendersi conto che non sono un ologramma.
Innocentemente crudeli, raccontano per filo e per segno la storia di oggetti che usavo tutti i giorni nella mia cameretta o film che ho visto al cinema appena usciti e i loro “quanto vorrei che…” si sprecano mentre dentro di me grido “…io ero lì, mi stai parlando come se fossi una figurina dentro una cornice, cazzo!”
Io sono qui, accidenti, viva più che mai a metà strada tra una vita caduta a pezzi mille volte ed un futuro che non sembra dovermi appartenere perchè “il fututo è dei giovani…”.
Ho già difficoltà con il senso delle cose, figlia di una generazione che ha vissuto il “cambio della destinazione d’uso degli oggetti” come suo apice di design, ora anche con il senso del tempo: compagni di vita perfetti ma troppi anni di differenza per poterci credere.
Resto così ad ascoltare le LORO malinconie sulla realtà della MIA vita, raccontate da giovani umani che non hanno mai sentito l’odore originale del cristalball.
Persone con cui, per affinità dividerei il tempo per il resto dei miei giorni, ma di cui, in realtà, io sia per loro poco più che un poster.
Ma che mi piaccia o no, dopo un pianto di solitudine nella mia “cameretta vintage”, vengo presa a calci nel culo dalla mia generazione, da sempre curiosa e a cui non era permesso crollare; così mi si fa strada una perplessità:
– Ehi… pausa un momento, giovane umano, io non sono un poster impolverato o inchiodato su una parete, il mio momento tra pianti e risate lo sto ancora creando e tu, che dici di vivere nel ricordo, sei ancora capace di giocare?
Benn
19 febb 2026
